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“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” recita il primo articolo della nostra Costituzione. Non è purtroppo così per le persone disabili. I numeri, infatti, non mentono. Secondo l’ISTAT (Istituto nazionale di statistica) solo il 19.7% delle persone con disabilità nella fascia d’età 15-64 anni è realmente occupata. Si tratta di meno di una persona su cinque.

Inoltre, per quanto riguarda gli inattivi, i numeri tendono a salire ancora di più: 70% per le persone disabili, contro il 30% del resto della popolazione.

Disabilità e differenza di genere

I dati sono ancora più impietosi se, oltre alla disabilità, si aggiunge anche la differenza di genere. Le donne disabili risultano più discriminate nel mondo del lavoro sia rispetto agli uomini con disabilità, sia nei confronti delle altre donne senza disabilità.

Cosa si può fare per invertire questo dato

È quindi fondamentale cercare di invertire questo trend al più presto. Diventa quindi di vitale importanza cercare di modificare le politiche, i servizi ma anche gli incentivi e soprattutto i controlli per rendere effettiva l’inclusione lavorativa per le persone con disabilità.

In merito a questa situazione, è intervenuto anche Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), che ha dichiarato: “Manca ancora all’appello l’emanazione delle Linee guida per il collocamento mirato, pur previste dal decreto legislativo 151/2015, uno strumento di indirizzo essenziale. Ma manca anche un’altra importante attuazione di quello stesso decreto: la costituzione della Banca dati sul collocamento, strumento fondamentale per il controllo e per le politiche attive. Entrambi gli atti spettano al Ministero del Lavoro cui FISH si rivolge ancora una volta per sollecitarne l’adozione”.

La speranza quindi è che si possa avere presto una nuova visione fondata sui diritti umani e sulle pari opportunità, capace di produrre effetti reali e di migliorare così la condizione di vita delle persone con disabilità.

 

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